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Colonscopia, super-tecnologia inutile senza la bravura del medico

Le apparecchiature d’avanguardia rendono visibile l’invisibile, ma per un esame ben fatto ci vuole molta preparazione e soprattutto poca fretta


MILANO - C’è l’endoscopia digitale, quella virtuale, quella robotica e quella tradizionale. Ci sono microtelecamere e video capsule, sistemi di controllo a distanza che stanno moltiplicando le possibilità di viaggiare dentro il corpo umano e scovare malattie quando ancora non danno disturbi. Ci sono macchine che producono immagini dieci volte più grandi di quelle degli endoscopi considerati fino a ieri di ultima generazione, e che permettono di rendere visibile ciò che fino a ieri era invisibile. Ma con l’avvento di questi super-occhi tecnologici, quale ruolo resta all’occhio, umanissimo, del medico? Soprattutto, davvero queste meraviglie permettono di curare meglio i pazienti? E nelle mani di chi? Anche di questi scenari si è parlato al Congresso nazionale delle malattie digestive di Milano , che chiude mercoledì 1 aprile.

DALLE MACCHINE GRANDI CHANCE - «I progressi della colonscopia sono dovuti all'introduzione di endoscopi ad alta definizione con più di un milione di pixel – ha spiegato Cristiano Crosta, direttore della divisione di endoscopia dell’Istituto europeo di oncologia di Milano e presidente del congresso -. Grazie all'ingrandimento dei particolari e alla possibilità di elaborare elettronicamente le immagini, possiamo vedere anche minime lesioni e le alterazioni della morfologia della mucosa e dei suoi microvasi». La tecnologia è essenziale, secondo Crosta, perché «Se viene usata da un operatore esperto, ci dà l’opportunità di giungere ad una diagnosi più precisa e completa. Inoltre conta molto il volume di esami eseguiti dal centro di endoscopia, l'esperienza della squadra di endoscopisti e infermieri, e anche l'organizzazione dell'ospedale, che deve essere certificato in base a controlli periodici di qualità per le prestazioni erogate».

«PER IL 70% CONTA IL MEDICO» - All’Istituto oncologico veneto (Iov) di Padova hanno investito 240mila euro per dotarsi di un endomicroscopio confocale laser, terzi in Italia dopo l’Ieo di Milano e l’ospedale di Crema. Giorgio Battaglia dirige l’unità di endoscopia oncologia ad alta tecnologia dell’Iov e sostiene: «Un esame ben fatto dipende al 30 per cento dalla tecnologia e al 70 per cento dalla preparazione dell’endoscopista, che deve innanzitutto conoscere le patologie e i loro modi di manifestarsi, poi avere la pazienza, la calma e la tranquillità di cercarle. Purtroppo – prosegue Battaglia - i nostri ospedali sono pieni di endoscopisti a mezzo servizio, che si dedicano alle colonscopie due mattine a settimana e poi fanno altro. Ci sono troppi esami fatti di corsa perché siamo travolti dalle liste d’attesa».

PRIMA REGOLA: NIENTE FRETTA – Il tempo fa la differenza fra un esame efficace e uno rischioso. «Le linee guida sulla colonscopia dicono che ci vogliono minimo nove minuti per uscire dal colon, una volta inserita tutta la sonda, perché è proprio quando si torna indietro che si vedono le lesioni – sostiene Battaglia -. Riducendo a pochi minuti questa fase della procedura si può perdere anche la metà dei polipi eventualmente presenti». Infine, ricorda Battaglia, «La qualità di un esame si riconosce dal fatto che si deve arrivare fino alla zona dell’intestino chiamata cieco e che si deve offrire al paziente la possibilità della sedazione, spesso trascurata non tanto per ragioni mediche, quanto organizzative; scarseggiano gli anestesisti».

I VANTAGGI DEL LASER – L’endomicroscopio confocale laser è utilizzato per eseguire esami all’intestino (colonscopie), all’esofago e allo stomaco (gastroscopie). Funziona tramite una luce laser proiettata direttamente sulle pareti da osservare, che rende fluorescente una sostanza iniettata per via endovenosa al paziente. Giorgio Battaglia spiega a cosa è servito il nuovo acquisto: «Oggi una tecnologia considerata già avanzata può ingrandire fino a 150 volte: non vedo le cellule, ma posso valutare la superficie delle mucose. Quella confocale, invece, è una metodica rivoluzionaria. Può focalizzare anche al di sotto della superficie e l’effetto complessivo è un ingrandimento fino a mille volte. Si vedono le cellule, la loro struttura, i vasi sanguigni e il tessuto connettivo. E’ come fare un esame istologico in vivo. Riesco a capire se una cellula è normale o se è neoplastica. So subito se un cancro c’è o non c’è».

A CHI E’ UTILE – Alle persone che si sottopongono a colonscopia per screening, vale a dire senza particolari condizioni di rischio ma per controllo, può bastare un endoscopio tradizionale. Il discorso cambia invece nel caso di alcune malattie infiammatorie che implicano una possibile degenerazione verso il tumore. «E’ il caso della colite ulcerosa o dell’esofago di Barrett – spiega Battaglia -. Chi ne soffre necessita di una stretta sorveglianza e di tanti prelievi di mucosa, presi a campione, da mandare in laboratorio. Solitamente ne posso prelevare otto o 16 al massimo. Con questa apparecchiatura invece arrivo anche a 100 o 200 osservazioni, passando al prelievo bioptico solo laddove si nota un rischio. Riassumendo: l’esame è più efficace e riduce il numero di biopsie inutili».

NUOVE IDEE - All’Istituto veneto, poi, stanno studiando altre maniere per sfruttare il laser confocale, compresa la «immuno-endoscopia». «Cerchiamo di rendere fluorescenti gli anticorpi nelle aree colpite dalla malattia. Ad esempio – racconta Giorgio Battaglia - se vedo delle «lampadine accese» magari sono cellule di Barrett. La stiamo studiando, ma di qui a pochi anni potrà avere applicazioni cliniche su pazienti».

Donatella Barus
Corriere.it


Data: 02/04/2009
 
 
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