
L'EMPATIA NELLA PRATICA CLINICA
Abitualmente si è soliti fornire al termine il significato di sentire dentro di noi ciò che sente unaltra persona, una sorta di calarsi nei panni di un altro. Da questo punto di vista il tutto appare di una estrema semplicità ma quando introduciamo il termine nella pratica clinica ci accorgiamo che tale costrutto va più in profondità e apre numerose domande sul suo ruolo nella medicina.
E esperienza quotidiana quanto una adeguata capacità empatica possa fornire il medico di unimmagine di un buon clinico e questa constatazione ci deve portare alla riflessione che lempatia va oltre quel sentire dentro e apre nuove prospettive relativamente al ruolo terapeutico dellempatia.
Presentazione
Un breve escursus storico può aiutarci a comprendere meglio il problema. Il concetto di empatia, dal greco empatheia (passione) fu sviluppato dapprima in ambito estetico (riferendosi allemozione provata davanti ad unopera darte) e successivamente venne mutuato nella sfera filosofica. La filosofia in un certo senso ha fatto da ponte tra estetica e psicologia. Edith Stein, della scuola fenomenologica di Husserl, si laureò in filosofia a Friburgo discutendo una tesi sullempatia. La Stein pose rilievo alla connotazione dellempatia quale momento di ricerca della verità, non limitandosi a definirla una sola esperienza di condivisione con laltro, una immedesimazione nellaltro.
Immedesimazione da non confondersi con identificazione perché non vi sarebbe empatia nella fusione di due io. Empatia quindi come esperienza dellaltro, ponte verso laltro e anche verso il mondo e dunque genesi di un noi sociale base della cooperazione e comprensione tra diverse culture. La ricerca filosofica contribuì alla sua conversione dal credo ebraico al cattolicesimo fino alla scelta di entrare nellordine delle Carmelitane col nome di Teresa Benedetta della Croce, canonizzata nel 1998 da Papa Giovanni Paolo II. La Stein per le sue origini ebraiche fu internata dai nazisti e morì ad Auschwitz nel 1942.
E evidente che lempatia apre il capitolo dello spirito vale a dire la domanda di senso che ogni persona si pone. In questo intrecciarsi tra empatia e spirito si colloca la ricerca della verità. Per Victor Frankl dare un senso è di per sè unoperazione terapeutica. Giunse a tale conclusione attraverso lesperienza vissuta da internato in un lager nazista. Osservò infatti che coloro che più facilmente sopravvivevano erano le persone che davano un senso alla loro sofferenza e alla loro vita.
Per Sigmund Freud lempatia non aveva un ruolo terapeutico ma solo uno strumento ai fini interpretativi. Fu Heinz Kohut, teorico della psicologia del sé a ritenere lempatia ( immersione empatica ) un fattore terapeutico.
La definì introspezione vicariante una sorta di prestito ad unaltra persona della propria capacità introspettiva. Ciò ci consentirebbe di osservare la nostra realtà psichica e quella delle altre persone. Il bisogno di empatia secondo Kohut è un bisogno fondamentale, essenziale per mantenere la salute mentale.
Effettivamente è risaputo quanto la presenza di una relazione empatica tra madre e figlio sia fondamentale per lo sviluppo di un attaccamento sicuro nella prima infanzia. Lambiente empatico è quindi, secondo Kohut, condizione necessaria per conservare la coesione del sé e in ambito clinico è già di per sé atto terapeutico in quanto rafforzante la coesione del sé e lautostima.
Carl Rogers diede allempatia un ruolo centrale nel suo impianto teorico. Anche Rogers, al pari della Stein, sottolineò il concetto di immedesimazione non fusionale, ritenendo lempatia il fattore più importante nellingenerare un cambiamento nel paziente ( definito cliente ).
Negli ultimi anni si sono aperte prospettive negli studi di neurobiologia: lesperienza empatica attiverebbe determinati circuiti neuronali con variazioni a livello dei peptidi oppioidi, del sistema monoaminergico e gabaergico. Il processo empatico attiverebbe dunque risorse neuroendocrine ed immunitarie agendo sullespressione genica tramite processi di sintesi proteica.
Le persone possono essere empatiche indipendentemente dal proprio curriculum di studi. Essere empatici ha a che fare con la propria storia ed evoluzione.. Esistono persone empatiche e altre che lo sono meno.
La domanda da porsi è se sia possibile o meno insegnare lempatia. Forse è più corretto far riferimento ad una educazione allempatia. Lo stesso Rogers ha sostenuto che lempatia è di per sé un agente educativo. E possibile realizzare uneducazione allempatia partendo dalla propria domanda di significato e in seguito, acquisita una certa capacità di insight, lesercizio ripetuto diventa una palestra esperienziale. Gli strumenti di tale esperienza sono quelli della supervisione, dei gruppi di discussione e del role playing. Il role playing o simulazione è sicuramente lo strumento più efficace perché favorisce linsight personale e di gruppo e, pur essendo una simulazione, determina gli stessi fenomeni che si verificano nella realtà professionale. La capacità empatica si affina con il tempo e con lesperienza.
La medicina attuale purtroppo ha assunto una forma tecnologica e manageriale, il cui scopo è diagnosticare ed eliminare la malattia impiegando le minori risorse possibili. E una medicina centrata sul sintomo e la stessa attività del medico è spesso regolata da esigenze di tipo manageriale. Così spuntano linee guida, percorsi diagnostico-terapeutici, regole prescrittive e così via. Di per sé questi aspetti non vanno considerati negativi in termini assoluti, ma diventano tali quando la soggettività del malato viene sistematicamente offuscata.
Al più viene concesso un minimo spazio alleffetto placebo, che molti ritengono addirittura un interferenza mentre è, al contrario, un preciso effetto psiconeuroendocrino. Alcuni paradossi attuali dimostrano il tentativo, da parte dei pazienti, di esprimere la propria soggettività : nei confronti di una medicina tecnologica che, ipoteticamente dovrebbe essere quasi infallibile, prolificano le accuse contro i medici per episodi cosiddetti di malasanità, spesso anche in assenza di una reale colpa professionale; è inoltre sempre più frequente il ricorso a pratiche mediche non convenzionali o addirittura a pratiche dal contenuto magico-esoterico che sfruttano, a scopo lucrativo, la soggettività dei pazienti.
Loggettivare il malato è quindi per la medicina unoperazione per certi versi masochistica. E emblematico che esistano categorie di pazienti che una volta guariti vengono definiti ex di qualcosa ( ex.tossicodipendenti, ex-trapiantati ecc. ecc.). Significa ancorare le persone ad una diagnosi, fornirle di unidentità patologica ed espropriarle della loro soggettività. Questa necessità di etichettare è alquanto diffusa, basti fare riferimento ad episodi delittuosi delle cronache degli ultimi anni. Di fronte ad un delitto efferato si è sempre portati a pensare alla follia mentre credo che ciò sia più da ascrivere ad una società priva di valori e di empatia.
La categoria medica vive un momento conflittuale, pressata da un lato da spinte politico-economiche e dallaltro dalla consapevolezza che latto medico si sta depauperando del significato originario di missione, emblematicamente riassunto nel giuramento Ippocratico.
Se la medicina vive questo momento critico la causa è da ricercare nellopera di scissione mente/corpo che il paradigma biologico-molecolare ha introdotto nella pratica clinica. La mente diviene terreno della psicologia e il corpo della medicina. Tale scissione ha ingenerato una specie di rincorsa alle specializzazioni, alle microspecializzazioni ( oggi nellambito di una specialità medica cè chi si occupa solo di un organo ) che hanno portato alla frammentazione dei pazienti.
Conclusioni
Chi va dal medico in realtà non espone solo i propri sintomi. Esprime la propria soggettività, la propria sofferenza e la propria domanda di senso. La realtà della Persona è linsieme di corpo, mente e spirito (spirito inteso quale domanda di significato). Quando ci si ammala non si è colpiti solo nel corpo ma anche le altre componenti sono coinvolte nel processo patologico. Che lo spirito attivi determinate dinamiche è un dato oggettivo: molti malati davanti ad una diagnosi di gravità si pongono la domanda perché proprio a me? .
Non è altro che una domanda di significato, un esternare la propria soggettività. Ponendo la Persona al centro dellagire medico la malattia può rivelarsi, non solo un handicap o una disgrazia, ma anche una risorsa. in quanto apre alla domanda di significato e consente la messa in moto di una capacità reattiva con i suoi correlati psiconeuroendocrini ed immunologici.
E dunque essenziale andare al di là del corporeo ed entrare nellorizzonte dello spirito. Non fare questo significa tranciare, tout.court, una possibilità terapeutica maggiormente efficace.
Lempatia allora viene ad assumere un ruolo centrale nel rapporto medico-paziente: diviene veicolo di ciò che definiamo alleanza terapeutica e base della fiducia reciproca. I nostri pazienti non chiedono solo professionalità ma quella dose di umanità che fa sì che si sentano considerati non oggetti di studio e ricettori di farmaci ma Persone con la propria dignità.
Concludo con un brano tratto dal testo di Laing lio diviso che riassume in modo chiaro e sintetico cosa possa provare un paziente oggettivato:
E il più terrificante dei sentimenti rendersi conto che il medico non sa vedere la tua realtà, che non sa capire quello che senti, e che sta andando avanti semplicemente di testa sua. Cominciavo a sentire di essere invisibile e forse di non esserci nemmeno.
Tratto da Salus a cura di Luciano Berti
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